| | | Beh, mi pare sia giunto il momento. Almeno nella nostra cultura, ognuno in cuor suo sente la necessità di confessarsi quando ha combinato qualcosa di grosso o quando ha fatto ripetute figure meschine. Un bisogno contenuto a malapena ogniqualvolta il fattaccio si ripete. E io sono molto recidivo, quindi mi confesso pubblicamente almeno fra coloro che leggeranno queste povere righe, spero con un briciolo di comprensione per la mia situazione. Insomma, SONO UN BABBEO. Ci sono già cascato troppe volte per continuare a negarlo, quindi mi devo convincere: SONO UN BABBEO. La prima volta (da età matura) fu subito dopo la laurea. Dopo qualche giorno si avvicina un professore che conoscevo a malapena (non farò il nome perchè ancora vivo); mi dimostra subito grande interesse per il lavoro che avevo svolto, che si trattava di una cosa molto importante; ha parole di ammirazione per la costanza e la mole di lavoro svolta. Com'è ovvio i complimenti mi fanno piacere, anche se un eccesso di adulazione mi innervosisce e fa dubitare un pò. Però, voglio dire, si tratta di un professore, è molto noto, da qualcuno è considerato in gamba (ha anche i suoi detrattori, ma chi non li ha?), è all'apice della sua carriera, ha contatti con molti ricercatori stranieri. Insomma, perchè dovrebbe prendermi in giro o adularmi, con che scopo? E quindi, quando mi chiede una copia della tesi mi sento anche onorato di tale richiesta. Insomma, ho fatto un lavoro che vale, che è apprezzato da chi si intende di certe cose. Poi incontro un’amica (niente nomi!), che meglio conosce il soggetto, e gli dico (un pò tronfio) che il tale professore mi ha chiesto copia della tesi. E lei: E TE GLIEL'HAI DATA? Dopo ovvie battute sul chi dovesse dare qualcosa a qualcuno, rispondo che sì, gliel'ho data, la copia. E mi dice di tutto: che sono, appunto uno sciocco, un babbeo, un credulone, che mi si piglia per il naso quando si vuole. Vedrai, vedrai se non lo dovrai rimpiangere di avergliela data. E io, dopo averla rassicurata sul fatto che se lei l'avesse data a me non avrebbe rimpianto nulla (!), gliene dico di tutte: che è invidiosa, che non sa capire le persone, che la sua eccessiva chiusura agli altri la isolerà. Ovvio che la voce si spanda, e così mi chiama il mio professore, colui con il quale mi ero laureato, il mitico professore Sergio Cecconi. E mi chiede se sia vera la storia. Non mento, anche se il clima nella stanza è da tribunale SS. E mi dice di tutto, tutto quello che mi ha già detto la mia amica con aggiunte del tipo: stupido, imbranato, non capisci nulla, ma proprio uno di Montespertoli, dovevi stare a fare la barba alla gente non venire a rompere i co…… all'Università. Deglutisco a fatica e con un filo di voce trovata non so dove chiedo: ma insomma, cosa c'è da temere, perchè è così grave aver fatto una cosa così? A quel punto si alza, schiarisce la voce tirando su il muco che gli si era rappreso in gola durante la precedente invettiva, lo...Read the whole post... |
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